
Epidemiologia dell'osteoporosi
Secondo la definizione formulata nel 1993 e accettata dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità, l'osteoporosi è caratterizzata
essenzialmente da una ridotta massa ossea. A tale fine l'OMS
ha identificato quale criterio diagnostico densitometrico
dell'osteoporosi una riduzione della massa ossea al disotto
di 2,5 deviazioni standard rispetto al picco di massa ossea
dei soggetti normali (T-score < -2,5). Tuttavia, l'osteoporosi
è di per sé scarsamente sintomatica ed il
suo rilievo medico e sociale deriva dalle complicanze, cioè
le fratture da fragilità, di cui la prevalenza e
l'incidenza aumentano in proporzione esponenziale col ridursi
della massa ossea. Pertanto, può essere utile distinguere
concettualmente l'epidemiologia dell'osteoporosi da quella
delle fratture da fragilità.
Alcuni studi su larghi campioni di popolazione consentono
di stimare l'impatto dell'osteoporosi nella popolazione
generale in base alla prevalenza di bassa massa ossea. Negli
Stati Uniti il 17% di tutte donne postmenopausali di razza
bianca presenta osteoporosi alla misura della densità
ossea femorale, rispetto al 12% delle donne di razza ispanica
ed all'8% di quelle di razza africana. La prevalenza di
osteoporosi è anche fortemente correlata all'età
e nella popolazione inglese incrementa dal 4% di osteoporosi
del femore prossimale nelle donne di 50-59 anni al 48% nelle
donne di oltre 80 anni. Ovviamente la prevalenza di osteoporosi
aumenta se si misurano più siti scheletrici: nella
popolazione femminile bianca postmenopausale degli Stati
Uniti circa un terzo, pari a 9,4 milioni di donne, presenta
osteoporosi del femore, del rachide o dell'avambraccio.
I dati di prevalenza di osteoporosi nella popolazione maschile
sono molto più limitati, tuttavia lo studio epidemiologico
statunitense NHANES III ha dimostrato che circa il 7% degli
uomini di razza bianca ultrasessantenni presentano una densità
femorale osteoporotica.
E' opportuno tenere presente che la prevalenza di osteoporosi
così definita presenta discrepanze non trascurabili
a seconda del sito scheletrico dove viene misurata la densità
ossea ed anche a seconda della metodica impiegata. Ciò
riflette in buona parte la variabilità biologica
interindividuale e la diversa cinetica dell'involuzione
scheletrica in siti anatomici con differente rapporto tra
osso corticale e trabecolare, ma inevitabilmente anche i
possibili errori statistici e le disomogeneità nel
campionamento dei valori di riferimento in base ai quali
viene calcolato il T-score.
Epidemiologia delle fratture osteoporotiche
La rilevanza sociale dell'osteoporosi dipende dalla elevata
frequenza delle fratture da osteoporosi nella popolazione
anziana ed il previsto incremento di quest'ultima è
destinato a rendere ancora più drammatico ed impegnativo
il problema delle fratture osteoporotiche negli anni futuri.
E' stato stimato che in Gran Bretagna le donne di 50 anni
di età hanno una probabilità del 14 % di sviluppare
una frattura del femore nel resto della loro vita ("lifetime
risk") mentre lo stesso rischio per un uomo della stessa
età è pari al 3%. Il "lifetime risk"
per le fratture sintomatiche di vertebra è dell'11%
e del 2% nella donna e nell'uomo rispettivamente e del 13%
e 2% per la frattura di avambraccio. Il rischio a 50 anni
di subire una qualunque di queste fratture nel resto della
vita è stato calcolato pari al 40% per la donna di
razza bianca e al 13% per l'uomo bianco. Il rischio di una
frattura di qualunque tipo è ancora maggiore se si
considera che anche le fratture di omero prossimale e buona
parte delle altre fratture ossee in età avanzata
sono correlate con l'esistenza di osteoporosi.
Negli Stati Uniti si verificano ogni anno
circa 1,5 milioni di fratture da osteoporosi, di cui 700.000
di vertebra, 250.000 di femore, 250.000 di avambraccio e
300.000 di altre sedi. In Italia la stima è di oltre
200.000 fratture osteoporotiche ogni anno. In effetti, la
definizione di frattura osteoporotica non è univoca,
ma vi è un ampio accordo nel considerare osteoporotiche
le fratture che originano da traumi modesti (a bassa energia),
quali la caduta a terra dalla propria altezza. E' ovvio
che il soggetto osteoporotico avrà un aumentato rischio
di frattura anche in caso di traumi ad elevata energia,
che tuttavia hanno una bassa frequenza, specie nell'anziano.
I costi economici provocati dalle fratture sono molto elevati
e le stime pubblicate presentano notevoli differenze, che
dipendono anche dal tipo di struttura del sistema sanitario
delle diverse nazioni e dalle metodologie applicate. Una
valutazione del 1995 per gli Stati Uniti ha calcolato in
13,8 miliardi di dollari (circa 30.000 miliardi di lire)
i costi sanitari generati ogni anno dalle fratture osteoporotiche.
Di questi quasi il 70% era dovuto alle fratture di femore.
All'incirca la stessa proporzione era dovuta alle spese
ospedaliere rispetto alle altre.
termini di costi economici. Nella maggior
parte dei casi la frattura di femore avviene per una caduta
a terra dalla posizione eretta, ma in casi piuttosto rari
può anche avvenire spontaneamente, a seguito di un
movimento particolare (la discesa brusca di un gradino,
una rotazione del corpo, il rialzarsi da una sedia). Molto
raramente può anche avvenire che una frattura di
femore venga misconosciuta e confusa con dolori dell'anca
di altra origine, ma si può affermare che la rilevazione
statistica delle fratture di anca è la più
facile ed affidabile poiché sono molto dolorose,
impediscono la deambulazione e nella quasi totalità
dei casi impongono il ricovero ospedaliero. Nell'Europa
Unita è stato recentemente stimato che le fratture
di femore ammontano a 414.000 all'anno e le proiezioni prevedono
un raddoppio dei casi entro i prossimi 50 anni. L'incremento
di fratture femorali sarà molto maggiore nei paesi
in via di sviluppo, dove si attende un aumento della sopravvivenza
media proporzionalmente maggiore rispetto ai paesi più
sviluppati. L'incidenza incrementa esponenzialmente con
l'età in ambedue i sessi: circa il 3% delle donne
bianche di oltre 85 anni subiscono ogni anno una frattura
di femore. L'incidenza nel sesso maschile è sempre
inferiore a quella nel sesso femminile, ma la differenza
si riduce con l'età per cui negli ultraottantenni
l'incidenza diviene pari alla metà di quella nel
sesso femminile. Nella grande maggioranza dei casi la frattura
di femore richiede un trattamento chirurgico, sia per garantire
un migliore recupero funzionale, sia per ridurre l'incidenza
di complicanze, dato che si è osservato che il recupero
e la sopravvivenza sono migliori se l'intervento viene effettuato
entro tre giorni. La frattura di femore è infatti
gravata da un rilevante eccesso di mortalità, specie
negli individui più anziani e negli uomini. A seconda
dell'età e delle altre patologie associate la mortalità
nel primo anno dopo la frattura giunge fino al 25%, e dopo
i 75 anni risulta essere oltre il doppio di quella attesa.
Dopo il primo anno dalla frattura la sopravvivenza è
comparabile a quella della popolazione generale, ma solo
un terzo dei pazienti recupera un livello funzionale analogo
a quello precedente mentre molti necessitano di assistenza
per il resto della vita. Anche i costi indotti dalla frattura
di femore sono i più pesanti tra tutte le fratture
osteoporotiche. E' stato stimato in un recente studio condotto
in Svizzera che i costi ospedalieri diretti per ogni frattura
di femore ammontano a circa 45.000 euro.
Le fratture vertebrali sono le più
frequenti tra le fratture osteoporotiche. Tuttavia, i dati
epidemiologici sono relativamente più scarsi ed anche
controversi per una serie di ragioni. Anzitutto, due terzi
delle fratture vertebrali non presentano una sintomatologia
clinica evidente e pertanto vengono diagnosticate solo radiologicamente.
Per questa ragione la maggioranza dei dati epidemiologici
si riferiscono alla prevalenza, mentre i dati di incidenza
sono molto più limitati. Inoltre, essendo ancora
controversa la definizione radiologica di frattura vertebrale,
le discrepanze tra i dati epidemiologici presenti in letteratura
possono riflettere almeno in parte differenze metodologiche.
Utilizzando uno dei criteri radiologici più condivisi,
diversi studi indicano che dal 20% al 25% delle donne postmenopausali
di razza bianca presentano una deformità vertebrale,
con una maggiore frequenza a carico delle vertebre medio-dorsali
e di quelle del passaggio dorso-lombare. Mentre le fratture
"cliniche" (cioè quelle con sintomatologia
tipica) interessano le donne più degli uomini, con
un rapporto di 2-3:1, la prevalenza di deformità
vertebrali radiologiche risulta circa uguale nei due sessi
fino all'età di sessanta anni, probabilmente perché
nell'uomo una parte di queste sono dovute ad attività
lavorative più pesanti. Si calcola che il numero
annuo di fratture vertebrali sia in totale circa il triplo
di quelle femorali e cioè 750.000 negli Stati Uniti
e oltre un milione in Europa.
Sebbene solo un terzo di queste siano clinicamente sintomatiche,
le fratture vertebrali determinano negli Stati Uniti circa
150.000 ricoveri all'anno nelle persone di oltre 65 anni.
I casi sintomatici provocano dolore intenso che può
richiedere l'allettamento per alcune settimane e provocare
una notevolmente invalidità per alcuni mesi. L'entità
degli esiti cronici è proporzionale sia al numero
di fratture vertebrali subite, sia al grado di deformità.
La probabilità di perdere definitivamente l'indipendenza
a causa di una frattura vertebrale è del 4% circa.
Comunque, l'impatto sulla qualità di vita è
notevole anche a lungo termine perché sono causa
di rachialgie croniche, determinano sempre una riduzione
di statura, cifosi e postura scorretta, alterando l'aspetto
fisico con conseguenze psicologiche non indifferenti, specie
nel sesso femminile. Un recente studio europeo ha evidenziato
che anche le fratture vertebrali asintomatiche, rilevate
solo come deformità radiologiche, si associano ad
una qualità di vita significativamente peggiore,
con ridotta efficienza fisica, minori relazioni sociali
e peggiore percezione del proprio stato di salute. Non sembra
che vi sia un significativo aumento di mortalità
nel primo anno dopo una frattura vertebrale, ma la sopravvivenza
a lungo termine di questi pazienti è minore di quella
della popolazione generale, probabilmente come conseguenza
di un peggiore stato di salute per patologie associate.
La frattura di polso o frattura di Colles
(o di avambraccio distale) è un'altra tipica frattura
da osteoporosi. Il numero annuo di fratture di questo tipo
nella razza bianca è all'incirca simile a quello
di fratture di femore prossimale, ma tipicamente avvengono
ad una età più giovane. Inoltre, l'incidenza
presenta una particolare evoluzione con l'età, che
la differenzia da quella delle altre fratture osteoporotiche,
perché nella donna di razza bianca incrementa in
modo lineare con l'età, ma solo fino ai 65 anni circa,
mentre si mantiene sostanzialmente stabile oltre tale età.
Questo fenomeno è stato interpretato come conseguenza
del fatto che la frattura di polso sarebbe molto spesso
una frattura "sacrificale", dovuta alla difesa
istintiva con le mani proiettate in avanti nel corso di
una caduta a terra. Con l'invecchiamento le modalità
tipiche di caduta si modificherebbero, sia perché
la minore prontezza delle reazioni neromuscolari non permetterebbe
di avanzare in tempo utile le mani nell'attimo della caduta,
sia perché i disturbi dell'equilibrio associati all'invecchiamento
rendono più frequenti le cadute con una componente
di squilibrio laterale e conseguente impatto sul trocantere.
Come conseguenza, con l'avanzare dell'età diventerebbe
sempre meno probabile la capacità di proteggersi
dall'impatto al suolo con le mani, determinando un mancato
incremento delle fratture di Colles (malgrado l'aumento
delle cadute) ed aumentando invece le probabilità
di fratture di femore, di omero e di bacino. A differenza
di quelle femorali, le fratture di Colles avvengono soprattutto
fuori di casa e presentano una maggiore incidenza nei mesi
invernali, probabilmente perché interessano una fascia
di persone più giovani ed attive. La frattura di
polso necessita sempre di prestazioni sanitarie acute, ma
raramente richiede ricovero e intervento chirurgico. Benché
meno dell'1% dei casi perda la propria indipendenza a causa
di questo tipo di frattura, vi è tuttavia una elevata
incidenza di complicanze acute e subacute, quali dolore
persistente, neuropatia, osteoporosi localizzata postraumatica,
ed artrosi secondaria. Un recupero incompleto della funzione
dell'arto viene riportato nella metà dei casi a sei
mesi di distanza dall'evento. Non è stato osservato
incremento della mortalità a seguito delle fratture
di polso.
Molti altri tipi di frattura nell'anziano
sono correlati ad una condizione di osteoporosi. Le più
frequenti ed importanti dal punto di vista medico sono le
fratture di omero prossimale e quelle di bacino. Anche queste
avvengono prevalentemente a seguito di cadute accidentali
e la loro incidenza incrementa esponenzialmente con l'età,
interessando prevalentemente il sesso femminile. E' stato
chiaramente dimostrato che anche queste fratture sono associate
ad una ridotta massa ossea, con un aumento del rischio di
circa 2-3 volte per ogni deviazione standard di riduzione
della densità ossea. Sulla base dei dati disponibili
l'incidenza della frattura di omero appare essere tra il
60% ed il 100% dell'incidenza di quella di femore, rappresentando
quindi un considerevole impegno per la sanità, poiché
in una parte dei casi è necessario un intervento
chirurgico. Le conseguenze croniche sono meno invalidanti
rispetto alla frattura di anca, ma comunque spesso residua
una invalidità, di entità variabile anche
a seconda che sia interessato il braccio dominante, perché
è raro che vi sia un recupero completo della funzione
articolare della spalla. In una percentuale minore di casi
di frattura del collo chirurgico dell'omero, si può
verificare nel tempo una necrosi della testa dell'omero
con necessità di intervento protesico. Le fratture
di bacino sarebbero pari a circa un terzo di quelle di femore
secondo alcuni studi statunitensi, ma il dato non è
stato confermato da altri dati epidemiologici inglesi. La
raccolta dei dati non è agevole, perché non
sempre questo tipo di frattura viene trattato in ambito
ospedaliero e raramente richiede un ricovero. Le fratture
pelviche correlate all'osteoporosi generalmente guariscono
senza gravi conseguenze e pertanto il loro impatto è
soprattutto dovuto al periodo di immobilità o di
attività limitata che determinano per le 4-8 settimane
successive alla frattura.
Tra gli altri tipi di fratture, tutte di minor
rilievo per le scarse conseguenze mediche o per la minore
incidenza, solo le fratture di coste e quelle di caviglia
appaiono correlate certamente alla fragilità ossea,
mentre altre, come quelle di femore distale, di tibia prossimale,
di radio prossimale sono molto più fortemente correlate
con traumi di una certa entità e solo in una minoranza
di casi avvengono in soggetti osteoporotici dopo traumi
modesti.