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Dott. Sergio Ortolani
Centro per lo studio delle Malattie del Metabolismo Osseo
Fondazione Istituto Auxologico Italiano IRCCS

Epidemiologia dell'osteoporosi

Secondo la definizione formulata nel 1993 e accettata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'osteoporosi è caratterizzata essenzialmente da una ridotta massa ossea. A tale fine l'OMS ha identificato quale criterio diagnostico densitometrico dell'osteoporosi una riduzione della massa ossea al disotto di 2,5 deviazioni standard rispetto al picco di massa ossea dei soggetti normali (T-score < -2,5). Tuttavia, l'osteoporosi è di per sé scarsamente sintomatica ed il suo rilievo medico e sociale deriva dalle complicanze, cioè le fratture da fragilità, di cui la prevalenza e l'incidenza aumentano in proporzione esponenziale col ridursi della massa ossea. Pertanto, può essere utile distinguere concettualmente l'epidemiologia dell'osteoporosi da quella delle fratture da fragilità.
Alcuni studi su larghi campioni di popolazione consentono di stimare l'impatto dell'osteoporosi nella popolazione generale in base alla prevalenza di bassa massa ossea. Negli Stati Uniti il 17% di tutte donne postmenopausali di razza bianca presenta osteoporosi alla misura della densità ossea femorale, rispetto al 12% delle donne di razza ispanica ed all'8% di quelle di razza africana. La prevalenza di osteoporosi è anche fortemente correlata all'età e nella popolazione inglese incrementa dal 4% di osteoporosi del femore prossimale nelle donne di 50-59 anni al 48% nelle donne di oltre 80 anni. Ovviamente la prevalenza di osteoporosi aumenta se si misurano più siti scheletrici: nella popolazione femminile bianca postmenopausale degli Stati Uniti circa un terzo, pari a 9,4 milioni di donne, presenta osteoporosi del femore, del rachide o dell'avambraccio. I dati di prevalenza di osteoporosi nella popolazione maschile sono molto più limitati, tuttavia lo studio epidemiologico statunitense NHANES III ha dimostrato che circa il 7% degli uomini di razza bianca ultrasessantenni presentano una densità femorale osteoporotica.
E' opportuno tenere presente che la prevalenza di osteoporosi così definita presenta discrepanze non trascurabili a seconda del sito scheletrico dove viene misurata la densità ossea ed anche a seconda della metodica impiegata. Ciò riflette in buona parte la variabilità biologica interindividuale e la diversa cinetica dell'involuzione scheletrica in siti anatomici con differente rapporto tra osso corticale e trabecolare, ma inevitabilmente anche i possibili errori statistici e le disomogeneità nel campionamento dei valori di riferimento in base ai quali viene calcolato il T-score.

Epidemiologia delle fratture osteoporotiche

La rilevanza sociale dell'osteoporosi dipende dalla elevata frequenza delle fratture da osteoporosi nella popolazione anziana ed il previsto incremento di quest'ultima è destinato a rendere ancora più drammatico ed impegnativo il problema delle fratture osteoporotiche negli anni futuri. E' stato stimato che in Gran Bretagna le donne di 50 anni di età hanno una probabilità del 14 % di sviluppare una frattura del femore nel resto della loro vita ("lifetime risk") mentre lo stesso rischio per un uomo della stessa età è pari al 3%. Il "lifetime risk" per le fratture sintomatiche di vertebra è dell'11% e del 2% nella donna e nell'uomo rispettivamente e del 13% e 2% per la frattura di avambraccio. Il rischio a 50 anni di subire una qualunque di queste fratture nel resto della vita è stato calcolato pari al 40% per la donna di razza bianca e al 13% per l'uomo bianco. Il rischio di una frattura di qualunque tipo è ancora maggiore se si considera che anche le fratture di omero prossimale e buona parte delle altre fratture ossee in età avanzata sono correlate con l'esistenza di osteoporosi.

Negli Stati Uniti si verificano ogni anno circa 1,5 milioni di fratture da osteoporosi, di cui 700.000 di vertebra, 250.000 di femore, 250.000 di avambraccio e 300.000 di altre sedi. In Italia la stima è di oltre 200.000 fratture osteoporotiche ogni anno. In effetti, la definizione di frattura osteoporotica non è univoca, ma vi è un ampio accordo nel considerare osteoporotiche le fratture che originano da traumi modesti (a bassa energia), quali la caduta a terra dalla propria altezza. E' ovvio che il soggetto osteoporotico avrà un aumentato rischio di frattura anche in caso di traumi ad elevata energia, che tuttavia hanno una bassa frequenza, specie nell'anziano. I costi economici provocati dalle fratture sono molto elevati e le stime pubblicate presentano notevoli differenze, che dipendono anche dal tipo di struttura del sistema sanitario delle diverse nazioni e dalle metodologie applicate. Una valutazione del 1995 per gli Stati Uniti ha calcolato in 13,8 miliardi di dollari (circa 30.000 miliardi di lire) i costi sanitari generati ogni anno dalle fratture osteoporotiche. Di questi quasi il 70% era dovuto alle fratture di femore. All'incirca la stessa proporzione era dovuta alle spese ospedaliere rispetto alle altre.

termini di costi economici. Nella maggior parte dei casi la frattura di femore avviene per una caduta a terra dalla posizione eretta, ma in casi piuttosto rari può anche avvenire spontaneamente, a seguito di un movimento particolare (la discesa brusca di un gradino, una rotazione del corpo, il rialzarsi da una sedia). Molto raramente può anche avvenire che una frattura di femore venga misconosciuta e confusa con dolori dell'anca di altra origine, ma si può affermare che la rilevazione statistica delle fratture di anca è la più facile ed affidabile poiché sono molto dolorose, impediscono la deambulazione e nella quasi totalità dei casi impongono il ricovero ospedaliero. Nell'Europa Unita è stato recentemente stimato che le fratture di femore ammontano a 414.000 all'anno e le proiezioni prevedono un raddoppio dei casi entro i prossimi 50 anni. L'incremento di fratture femorali sarà molto maggiore nei paesi in via di sviluppo, dove si attende un aumento della sopravvivenza media proporzionalmente maggiore rispetto ai paesi più sviluppati. L'incidenza incrementa esponenzialmente con l'età in ambedue i sessi: circa il 3% delle donne bianche di oltre 85 anni subiscono ogni anno una frattura di femore. L'incidenza nel sesso maschile è sempre inferiore a quella nel sesso femminile, ma la differenza si riduce con l'età per cui negli ultraottantenni l'incidenza diviene pari alla metà di quella nel sesso femminile. Nella grande maggioranza dei casi la frattura di femore richiede un trattamento chirurgico, sia per garantire un migliore recupero funzionale, sia per ridurre l'incidenza di complicanze, dato che si è osservato che il recupero e la sopravvivenza sono migliori se l'intervento viene effettuato entro tre giorni. La frattura di femore è infatti gravata da un rilevante eccesso di mortalità, specie negli individui più anziani e negli uomini. A seconda dell'età e delle altre patologie associate la mortalità nel primo anno dopo la frattura giunge fino al 25%, e dopo i 75 anni risulta essere oltre il doppio di quella attesa. Dopo il primo anno dalla frattura la sopravvivenza è comparabile a quella della popolazione generale, ma solo un terzo dei pazienti recupera un livello funzionale analogo a quello precedente mentre molti necessitano di assistenza per il resto della vita. Anche i costi indotti dalla frattura di femore sono i più pesanti tra tutte le fratture osteoporotiche. E' stato stimato in un recente studio condotto in Svizzera che i costi ospedalieri diretti per ogni frattura di femore ammontano a circa 45.000 euro.

Le fratture vertebrali sono le più frequenti tra le fratture osteoporotiche. Tuttavia, i dati epidemiologici sono relativamente più scarsi ed anche controversi per una serie di ragioni. Anzitutto, due terzi delle fratture vertebrali non presentano una sintomatologia clinica evidente e pertanto vengono diagnosticate solo radiologicamente. Per questa ragione la maggioranza dei dati epidemiologici si riferiscono alla prevalenza, mentre i dati di incidenza sono molto più limitati. Inoltre, essendo ancora controversa la definizione radiologica di frattura vertebrale, le discrepanze tra i dati epidemiologici presenti in letteratura possono riflettere almeno in parte differenze metodologiche. Utilizzando uno dei criteri radiologici più condivisi, diversi studi indicano che dal 20% al 25% delle donne postmenopausali di razza bianca presentano una deformità vertebrale, con una maggiore frequenza a carico delle vertebre medio-dorsali e di quelle del passaggio dorso-lombare. Mentre le fratture "cliniche" (cioè quelle con sintomatologia tipica) interessano le donne più degli uomini, con un rapporto di 2-3:1, la prevalenza di deformità vertebrali radiologiche risulta circa uguale nei due sessi fino all'età di sessanta anni, probabilmente perché nell'uomo una parte di queste sono dovute ad attività lavorative più pesanti. Si calcola che il numero annuo di fratture vertebrali sia in totale circa il triplo di quelle femorali e cioè 750.000 negli Stati Uniti e oltre un milione in Europa.
Sebbene solo un terzo di queste siano clinicamente sintomatiche, le fratture vertebrali determinano negli Stati Uniti circa 150.000 ricoveri all'anno nelle persone di oltre 65 anni. I casi sintomatici provocano dolore intenso che può richiedere l'allettamento per alcune settimane e provocare una notevolmente invalidità per alcuni mesi. L'entità degli esiti cronici è proporzionale sia al numero di fratture vertebrali subite, sia al grado di deformità. La probabilità di perdere definitivamente l'indipendenza a causa di una frattura vertebrale è del 4% circa. Comunque, l'impatto sulla qualità di vita è notevole anche a lungo termine perché sono causa di rachialgie croniche, determinano sempre una riduzione di statura, cifosi e postura scorretta, alterando l'aspetto fisico con conseguenze psicologiche non indifferenti, specie nel sesso femminile. Un recente studio europeo ha evidenziato che anche le fratture vertebrali asintomatiche, rilevate solo come deformità radiologiche, si associano ad una qualità di vita significativamente peggiore, con ridotta efficienza fisica, minori relazioni sociali e peggiore percezione del proprio stato di salute. Non sembra che vi sia un significativo aumento di mortalità nel primo anno dopo una frattura vertebrale, ma la sopravvivenza a lungo termine di questi pazienti è minore di quella della popolazione generale, probabilmente come conseguenza di un peggiore stato di salute per patologie associate.

La frattura di polso o frattura di Colles (o di avambraccio distale) è un'altra tipica frattura da osteoporosi. Il numero annuo di fratture di questo tipo nella razza bianca è all'incirca simile a quello di fratture di femore prossimale, ma tipicamente avvengono ad una età più giovane. Inoltre, l'incidenza presenta una particolare evoluzione con l'età, che la differenzia da quella delle altre fratture osteoporotiche, perché nella donna di razza bianca incrementa in modo lineare con l'età, ma solo fino ai 65 anni circa, mentre si mantiene sostanzialmente stabile oltre tale età. Questo fenomeno è stato interpretato come conseguenza del fatto che la frattura di polso sarebbe molto spesso una frattura "sacrificale", dovuta alla difesa istintiva con le mani proiettate in avanti nel corso di una caduta a terra. Con l'invecchiamento le modalità tipiche di caduta si modificherebbero, sia perché la minore prontezza delle reazioni neromuscolari non permetterebbe di avanzare in tempo utile le mani nell'attimo della caduta, sia perché i disturbi dell'equilibrio associati all'invecchiamento rendono più frequenti le cadute con una componente di squilibrio laterale e conseguente impatto sul trocantere. Come conseguenza, con l'avanzare dell'età diventerebbe sempre meno probabile la capacità di proteggersi dall'impatto al suolo con le mani, determinando un mancato incremento delle fratture di Colles (malgrado l'aumento delle cadute) ed aumentando invece le probabilità di fratture di femore, di omero e di bacino. A differenza di quelle femorali, le fratture di Colles avvengono soprattutto fuori di casa e presentano una maggiore incidenza nei mesi invernali, probabilmente perché interessano una fascia di persone più giovani ed attive. La frattura di polso necessita sempre di prestazioni sanitarie acute, ma raramente richiede ricovero e intervento chirurgico. Benché meno dell'1% dei casi perda la propria indipendenza a causa di questo tipo di frattura, vi è tuttavia una elevata incidenza di complicanze acute e subacute, quali dolore persistente, neuropatia, osteoporosi localizzata postraumatica, ed artrosi secondaria. Un recupero incompleto della funzione dell'arto viene riportato nella metà dei casi a sei mesi di distanza dall'evento. Non è stato osservato incremento della mortalità a seguito delle fratture di polso.

Molti altri tipi di frattura nell'anziano sono correlati ad una condizione di osteoporosi. Le più frequenti ed importanti dal punto di vista medico sono le fratture di omero prossimale e quelle di bacino. Anche queste avvengono prevalentemente a seguito di cadute accidentali e la loro incidenza incrementa esponenzialmente con l'età, interessando prevalentemente il sesso femminile. E' stato chiaramente dimostrato che anche queste fratture sono associate ad una ridotta massa ossea, con un aumento del rischio di circa 2-3 volte per ogni deviazione standard di riduzione della densità ossea. Sulla base dei dati disponibili l'incidenza della frattura di omero appare essere tra il 60% ed il 100% dell'incidenza di quella di femore, rappresentando quindi un considerevole impegno per la sanità, poiché in una parte dei casi è necessario un intervento chirurgico. Le conseguenze croniche sono meno invalidanti rispetto alla frattura di anca, ma comunque spesso residua una invalidità, di entità variabile anche a seconda che sia interessato il braccio dominante, perché è raro che vi sia un recupero completo della funzione articolare della spalla. In una percentuale minore di casi di frattura del collo chirurgico dell'omero, si può verificare nel tempo una necrosi della testa dell'omero con necessità di intervento protesico. Le fratture di bacino sarebbero pari a circa un terzo di quelle di femore secondo alcuni studi statunitensi, ma il dato non è stato confermato da altri dati epidemiologici inglesi. La raccolta dei dati non è agevole, perché non sempre questo tipo di frattura viene trattato in ambito ospedaliero e raramente richiede un ricovero. Le fratture pelviche correlate all'osteoporosi generalmente guariscono senza gravi conseguenze e pertanto il loro impatto è soprattutto dovuto al periodo di immobilità o di attività limitata che determinano per le 4-8 settimane successive alla frattura.

Tra gli altri tipi di fratture, tutte di minor rilievo per le scarse conseguenze mediche o per la minore incidenza, solo le fratture di coste e quelle di caviglia appaiono correlate certamente alla fragilità ossea, mentre altre, come quelle di femore distale, di tibia prossimale, di radio prossimale sono molto più fortemente correlate con traumi di una certa entità e solo in una minoranza di casi avvengono in soggetti osteoporotici dopo traumi modesti.

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