La prevenzione dell'osteoporosi
involutiva
L'osteoporosi e' l'osteopatia metabolica più diffusa
nel mondo occidentale, dove la nutrizione è normale.
La malattia si caratterizza per una ridotta massa ossea
e per un deterioramento microarchitetturale del tessuto
osseo che determina una aumentata fragilità e conseguentemente
un aumento del rischio di frattura.
Il tessuto osseo è una struttura dinamica
che va incontro a continui processi di rimodellamento per
tutto il corso della vita, anche dopo la fine della fase
dell'accrescimento corporeo.
Il meccanismo di rimodellamento e' sostenuto essenzialmente
da due gruppi di cellule, gli osteoclasti e gli osteoblasti:
i primi sono responsabili della fase osteodistruttiva, nota
come riassorbimento; i secondi promuovono l'attivita' osteoformativa,
nota come fase di neodeposizione. Il mantenimento della
massa scheletrica alla maturità si realizza in funzione
del bilanciamento tra le attività osteoclastica ed
osteoblastica a loro volta sotto il controllo di fattori
regolatori locali e sistemici.
Nonostante la predominanza del tessuto osseo corticale,
la estensione superficiale è grandemente a favore
del tessuto trabecolare: le differenze funzionali sono una
conseguenza di queste differenze strutturali in quanto l'osso
corticale adempie principalmente, ma non esclusivamente,
alla funzione protettiva e meccanica mentre l'osso trabecolare
ha principalmente una funzione metabolica.
Molti sono i fattori che concorrono a determinare
una accelerata perdita di tessuto osseo e quindi alla realizzazione
dell'evento "frattura". E' quindi dalla precisa
identificazione di questi fattori che deve necessariamente
iniziare una corretta prevenzione della malattia. Per altro
due sono i periodi, nel corso della vita, che rivestono
una importanza particolare nel determinismo dell'osteoporosi:
l'uno e' rappresentato dal periodo dell'infanzia e dell'adolescenza
durante il quale si devono realizzare le basi fisiologiche
per il raggiungimento alla maturita' di un ottimale picco
di massa ossea, l'altro dalla menopausa nel corso della
quale si assiste ad una accelerazione dei processi di riassorbimento
osseo. Da cio' deriva che l'entità della massa ossea
all'epoca della maturità da un lato, e dall'altro
la velocità e durata di perdita di massa ossea al
momento della menopausa possono pesantemente condizionare
la comparsa di una osteoporosi. Il picco di massa ossea
è determinato da fattori genetici, ma anche da fattori
ambientali; la velocità e la durata di perdita di
massa ossea sono determinati dall'epoca in cui insorge la
menopausa e dalla longevità.
I fattori di rischio per l'osteoporosi sono
numerosi: un primo gruppo comprende i cosiddetti fattori
di rischio maggiori, e di questo fanno parte, accanto ad
una struttura corporea esile, fattori genetici, quali la
razza, il sesso, la prevalenza familiare; fattori nutrizionali
quali il basso apporto di calcio e di vitamina D; fattori
legati al cosiddetto stile di vita, come l'uso di sigarette
e la ridotta attivita' fisica; fattori endocrini quali una
precoce menopausa, una amenorrea primitiva o secondaria,
oppure una condizione di ipogonadismo nel sesso maschile.
Tra i fattori di rischio di minore importanza ricordiamo
l'elevata assunzione di alcool, caffeina, sodio e proteine
animali; specifiche caratteristiche del tessuto osseo quali
la misura, la geometria, la microarchitettura e la composizione;
un basso peso corporeo (Tabella
1). Se tutti questi fattori che abbiamo ricordato ricoprono
un ruolo di primaria importanza nel determinismo dell'osteoporosi
primitiva, la cui patogenesi e' sicuramente complessa e
per alcuni aspetti non ancora del tutto definita, esistono
infine altre cause che di per se' possono essere in grado
di provocare una condizione di osteoporosi, che in tal caso
viene detta appunto secondaria. Possono essere, in sintesi,
causa di osteoporosi secondaria: l'uso prolungato di determinati
farmaci quali il cortisone, la levotiroxina oppure l'eparina;
la prolungata immobilizzazione; malattie endocrine quali
l'ipertiroidismo, l'iperparatiroidismo; malattie ematologiche
come il mieloma oppure i linfomi; malattie croniche renali
e gastrointestinali; malattie croniche infiammatorie come
l'artrite reumatoide.
Gli obbiettivi principali di una corretta prevenzione primaria
della malattia sono rappresentati dal raggiungimento di
un ottimale picco di massa ossea, e quindi dal mantenimento
di una adeguata massa ossea. Per quanto riguarda il primo
aspetto, noi sappiamo che il picco di massa ossea si realizza
prevalentemente nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza;
per questo motivo e' necessario che la puberta' avvenga
in epoca fisiologica in quanto un suo ritardo puo' condizionare
negativamente la maturita' scheletrica, cosi' come sono
assolutamente necessari, da un lato, una regolare attivita'
fisica, al fine di raggiungere una buona massa muscolare,
e dall'altro una corretta ed equilibrata alimentazione,
in particolare contenente adeguate quantita' di calcio e
vitamina D, nel contesto di un corretto stile di vita che
preveda tra l'altro il mantenimento di un normale peso corporeo.
Per quanto riguarda l'attivita' fisica, numerosi
studi condotti su entrambi i sessi ed in tutte le eta' della
vita hanno documentato gli effetti positivi dell'esercizio
sulla densita' ossea. Gli esercizi fondamentali per la costruzione
ed il mantenimento della massa ossea sono di due tipi: di
sopportazione del carico e di resistenza. Nel primo caso,
le ossa e i muscoli lavorano contro la forza di gravita',
e consistono nel camminare, danzare, fare jogging, salire
le scale. Nel secondo caso, la forza muscolare viene utilizzata
per migliorare la massa muscolare e la capacita' di resistenza
dell'osso: questi esercizi comprendono il sollevamento di
pesi appropriati. In epoca infantile e adolescenziale l'attivita'
fisica e' in grado di incrementare anche del 10% la massa
ossea nei confronti del gruppo di controllo. Per altro,
sia nel periodo perimenopausale che postmenopausale l'incremento
della densita' ossea che si ottiene dopo vigorosa attivita'
fisica non sembra essere superiore al 1-3%: ed e' stato
dimostrato che questi benefici si perdono rapidamente con
il ripristino di uno stile di vita prevalentemente sedentario.
Infine, nonostante i numerosi dati sul comportamento della
densita' ossea, non sono ad oggi disponibili risultati sull'efficacia
dell'esercizio nella prevenzione delle fratture.
Del peso corporeo, e' opportuno ricordare che un ridotto
peso rappresenta un importante determinante del rischio
di frattura, sia nel periodo premenopausale come ad esempio
nell'anoressia nervosa o piu' in generale in presenza di
amenorrea, sia nelle donne in postmenopausa dove una riduzione
della massa grassa si accompagna ad una maggiore incidenza
di frattura di femore.
In particolare per le fratture di femore, una corretta opera
di prevenzione non puo' prescindere da un controllo di quelle
cause che possono favorire le cadute a terra. Al fine di
portare gli opportuni correttivi dovra' quindi essere valutata
l'eventuale presenza di malattie come l'artrosi o le neuropatie
periferiche in grado di alterare una corretta deambulazione,
oppure come l'ipotensione ortostatica e le aritmie quali
causa di sincope; dovra' essere evitato l'uso eccessivo
di sedativi, ipnoti e antidepressivi, cosi come particolare
attenzione dovra' essere dedicata alla correzione di specifici
fattori ambientali quali pavimenti scivolosi, tappeti, scarsa
illuminazione, mancanza di maniglie ai bagni e per le scale,
che possono incidere in misura significativa ad aumentare
il rischio di caduta e quindi potenzialmente di frattura.
Per quanto riguarda l'apporto alimentare di
calcio, numerosi studi hanno documentato in modo inequivocabile
che esso e' in grado di influenzare positivamente nelle
prime decadi di vita il picco di massa ossea. In neonati,
bambini e adolescenti e' stato specificamente osservato
che un adeguato apporto di calcio con la dieta induce un
significativo aumento di densita' ossea; e che questo incremento
risulta piu' evidente laddove l'apporto di sali minerali
e' usualmente ridotto. Con queste premesse, il National
Institute of Health (NIH) statunitense ha approntato una
tabella secondo la quale il fisiologico apporto giornaliero
di calcio deve essere di 400 mg dalla nascita sino ai primi
6 mesi di vita, 600 mg dai 6 ai 12 mesi, 800 - 1200 mg da
1 a 10 anni, 1200 - 1500 mg da 11 a 24 anni. Successivamente,
nell'epoca della maturita' che va da 25 a 50 anni, e' stato
calcolato che l'introduzione alimentare di calcio non dovrebbe
essere inferiore a 1000 mg al dì, per aumentare a
1500 mg negli uomini dopo i 55 - 60 anni e nelle donne dopo
la menopausa (Tabella
2). Nelle donne in particolare questa necessita' e'
legato al fatto che, oltre ad una progressiva riduzione
nell'apporto quotidiano di calcio, si realizza una condizione
di malassorbimento calcico intestinale per inefficienza
dei meccanismi di trasporto. Ecco quindi che una corretta
prevenzione dell'osteoporosi, anche in questa fase della
vita, non puo' prescindere da un adeguato apporto calcico
alimentare. Gli effetti positivi, piu' evidenti nei primi
anni di trattamento, sono stati documentati da numerosi
studi, condotti con tecniche densitometriche condotte in
differenti siti scheletrici, sia nell'immediato periodo
perimenopausale che nella piu' tarda fase postmenopausale.
In base alle modificazioni densitometriche e' stato ipotizzato
che il rischio di fratture in donne in terapia calcica potrebbe
addirittura ridursi di circa un terzo. Per quanto riguarda
il meccanismo d'azione, sembra essere prevalentemente legato
alla riduzione della secrezione paratiroidea. Laddove e'
possibile, dovrebbe essere privilegiata l'introduzione di
calcio attraverso alimenti come il latte con i suoi derivati
ed i formaggi che contengono elevate quantita' di calcio:
basti pensare, ad esempio, che 100 g di parmigiano, fontina,
emmenthal e stracchino contengono rispettivamente 1200,
870, 700, 560 mg di calcio (Tabella
3). In presenza di fenomeni di intolleranza alimentare,
possono essere proposti prodotti a base di calcio, i cui
unici effetti collaterali sono rappresentati da dispepsia
e stitichezza.
Con il termine di vitamina D si intende un
gruppo di sostanze liposolubili dotate di specifici effetti
biologici sul metabolismo fosfocalcico: la vitamina D2,
o ergocalciferolo, e la vitamina D3, o colecalciferolo,
rappresentano le due forme di più rilevante interesse
pratico. La vitamina D2 deriva dall'ergosterolo, diffusamente
presente nel mondo vegetale, mentre la vitamina D3 viene
sintetizzata dalla cute sotto l'azione dei raggi ultravioletti
dal precursore 7-deidrocolesterolo. La sintesi cutanea rappresenta
la più importante fonte di vitamina D ed almeno alle
nostre latitudini è sufficiente a garantire il fabbisogno
fisiologico. La vitamina D2 introdotta con gli alimenti
viene assorbita a livello dell'intestino tenue in presenza
di una adeguata quantità di acidi biliari. La vitamina
D va incontro ad una complessa trasformazione metabolica
che prevede un primo passaggio a livello epatico dove si
trasforma in 25OHD o calcifediolo. Quest'ultimo è
il metabolita presente nel sangue in concentrazioni più
elevate (10-50 ng/ml), rappresenta la forma di riserva per
l'ulteriore metabolizzazione ed indica lo stato vitaminico
D. Il successivo processo metabolico si realizza a livello
renale dove il 25(OH)D si trasforma nel metabolita finale
1,25-(OH)2D o calcitriolo. Il principale organo bersaglio
dell'1,25-(OH)2D3 è l'intestino, dove stimola l'assorbimento
del calcio e del fosfato. Una condizione di normale stato
vitaminico D e' essenziale per la salute dello scheletro.
Sulla base di vari studi e' stato proposto che le concentrazioni
di 25OHD per essere normali non debbano essere inferiori
a 50 nmol/l, anche se possono variare, come e' ovvio, a
seconda della latitudine. Quando si realizza una ipovitaminosi
D, essa puo' essere causa di rachitismo nel periodo adolescenziale,
e di osteomalacia oppure di osteoporomalacia nell'eta' adulta.
Questo problema e' di particolare rilevanza nel corso dell'invecchiamento
quando per carente assunzione o sintesi cutanea della vitamina
D si realizza appunto una difettosa mineralizzazione scheletrica.
Supplementazioni orali di 400 - 800 UI di vitamina D si
sono dimostrate in grado di ridurre le concentrazioni ematiche
di paratormone in soggett anziani, e di ridurre qundi il
rischio di frattura. Simili risultati sotto il profilo biochimico
sono stati ottenuti anche con l'esposizione ai raggi solari
per 15-30 min al giorno. Per altro, in epoca postmenopausale,
la supplementazione di vitamina D non ha portato a sostanziali
benefici.
Degli altri fattori dietetici, e' opportuno
ancora sottolineare che elevate quantita' di proteine, sodio
e caffe' sono state associate ad un incremento della calciuria,
da cui un aumento del rischio di frattura, per altro non
ancora del tutto dimostrato. In particolare nelle persone
anziane di fragile costituzione un basso apporto proteico
potrebbe avere effetti negativi.
Per quanto riguarda la prevenzione secondaria dell'osteoporosi,
essa si realizza in pazienti che gia' presentano fratture
vertebrali oppure di femore, e si pone l'obbiettivo di bloccare
l'evoluzione della malattia, riducendo l'incidenza di nuovi
eventi fratturativi. La prevenzione secondaria dell'osteoporosi
si identifica quindi con il trattamento farmacologico della
malattia conclamata e si avvale di numerosi farmaci i quali
hanno dimostrato la loro efficacia attraverso studi clinici
controllati. Questi farmaci sono gli estrogeni, i loro derivati
e i modulatori selettivi dei recettori per gli estrogeni,
i bisfosfonati e la calcitonina, il cui il meccanismo d'azione
e' prevalentemente legato alla riduzione del riassorbimento
osseo e quindi del rimodellamento scheletrico; i metaboliti
attivi della vitamina D, come il calcitriolo e l'alfacalcidolo,
i quali sono in grado di migliorare l'assorbimento intestinale
del calcio; i fluoruri che possiedono un effetto diretto
anabolico sull'attivita' neoappositiva cellulare osteoblastica.
Per gli estrogeni, l'alendronato ed il raloxifene sono stati
comunque ottenuti risultati positivi anche nella prevenzione
primaria della malattia. Resta comunque inteso che anche
nella prevenzione secondaria della malattia dovrebbero essere
mantenute tutte quelle misure che abbiamo in precedenza
ricordato.
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